fucine tillanza | arte | filippo basetti

bio

Il Palazzo è vecchio di ventotto anni. Stava ad un bivio con due strade
che oggi non s'incrociano più, fin quando non si mosse per conoscere
nuove città. Città costruite da altri palazzi, case, ponti e piazze con cui
confrontarsi, ambientarsi e convivere. Il Palazzo è alto e snello, lucido
e ben tenuto all'esterno, ma l'interno è tutt'altra cosa, ottenuto da tanti
piani diversi tra loro per conformazione e per arredo, uno sull'altro. Un
piano è costituito da un dedalo di stanze squadrate e vuote, senza
finestre, in cui regna per sempre il buio e in cui abitano uomini che
mangiano donne, medici in vestaglie verdi che portano barelle e macellai
insanguinati. Un piano è luminoso, costituito da un gran salone rivestito
completamente d'acciaio, su cui s'incidono e cancellano continuamente
parole, frasi e storie. Un altro piano è il prodotto di più stanze ovali,
rivestite di grandi immagini fotografiche, in cui vivono donne uscite
dal bianco che si unisce con il nero. Il piano più piccolo è formato da
un'unica stanza, in cui sta una chitarra senza corde da cui esce uno
zibaldone di musiche disparate. Il piano più in alto è quello in cui vivono
gli oggetti più strani, nati da incroci strani fra strumenti da disegno,
giocattoli, mobili e microchip. Nel sotterraneo, infine, abita un manichino
meccanico che tenta di tenere in ordine le cose il più possibile e che
muove gli ingranaggi, burattinaio di tutto questo grande circo che si
muove e cresce in continuazione, senza fine.

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